METODI DI INSEGNAMENTO/APPRENDIMENTO
I tre percorsi descritti:
- Consiglio Comunale dei Ragazzi (C.C.d.R),
- progetto “PEDIBUS-andare a scuola a piedi”,
- mappatura e classificazione botanica di alberi ed arbusti negli spazi verdi,
hanno in comune lo stesso metodo:


LA PROGETTAZIONE PARTECIPATA



Intervista all'Architetto Massimiliano Manchiaro sulla Progettazione Partecipata

Progettare con gli altri significa permettere ad ognuno di sentirsi partecipe delle scelte da realizzare e responsabile della loro attuazione. E se le scelte riguardano il vivere comune in una ambiente urbano, allora progettare con gli altri, significa agire come cittadini per discutere e realizzare progetti di trasformazione della città in vista della fruizione di beni collettivi. In questo modo ci si sente più vicini agli elementi essenziali dell’ambiente cittadino, iniziando un processo fondamentale di riappropriazione urbana, condizione indispensabile per una riqualificazione della città a misura dei cittadini e per i cittadini.
L’attività di progettazione partecipata e democratica con gli allievi consiste nel permettere loro di svolgere un’esperienza di ideazione di nuovi assetti funzionali, gestionali e relazionali di vita nella città, con tre scopi principali:
1) educare: ampliare in ognuno sia la sensibilità ad osservare che la coscienza critica nei confronti dell’ambiente urbano;
2) promuovere: dare la possibilità agli allievi di manifestare in modo concreto le proprie idee ed esigenze;
3)
realizzare: confrontarsi con la fattibilità delle idee e dei progetti allargando le proprie esigenze al rispetto di quelle degli altri: dal promuovere e sostenere le esigenze e il bene individuali al rispetto e promozione delle esigenze e del bene collettivi.
La lettura in questo senso dei progetti degli allievi affida alla vita comunitaria di una città una grande ricchezza: la diversità del loro modo di vedere le cose, di percepire, di immaginare, la diversità dei loro bisogni e desideri nonché dei loro modi di vivere e partecipare. Quindi far emergere i bisogni, le necessità, le aspettative dei bambini e dei ragazzi significa stimolare la loro capacità critica di valutare ciò che li circonda, senza dare per scontato che le cose possano sempre essere state così come si presentano, o come si immaginano che siano, od infine come vengono usate, fruite, vissute.
Educativamente parlando, svolgere esperienze di questo tipo comporta organizzare il lavoro in modo da sollecitare il più possibile i soggetti attivi, i bambini e i ragazzi, ad esprimere una lettura critica del mondo esterno, fatto di elementi strutturali fisici e spaziali ma anche di modi di fruire e di vivere quegli stessi elementi urbani, per evidenziare cosa modificare, trasformare, per individuare problemi e prospettare soluzioni che vanno poi discusse, costruite, articolate, organizzate, proposte, e magari ancora riviste e riformulate, ed infine realizzate e curate.
In questo tipo di lavoro assume un ruolo fondamentale il coordinatore dell’esperienza. Infatti la sua funzione è quella di fornire agli allievi soprattutto organizzazioni di spazi, tempi e ruoli, strumenti e tecniche, per comprendere i caratteri dei luoghi, gli elementi strutturali che li compongono, le loro funzioni, i modi di fruizione, per individuarne i pregi e i difetti. Dopo una prima fase di osservazione e conoscenza critica dove emergono delle incoerenze, delle incongruenze, dei problemi, segue quella di ideazione e progettazione dove emerge ciò che si vorrebbe migliorare, sperimentando soluzioni creative ed originali, ma sempre funzionali al bene collettivo.
Non si tratta quindi tanto di trasmettere agli allievi un progetto, di spiegare quali soluzioni adottare, ma di portarli gradualmente ad esprimere le loro esigenze, i loro modi di vedere e di vivere gli spazi urbani, sollecitando l’autonomia di pensiero, a proporre secondo il loro giudizio, a confrontarsi in modo democratico, a collaborare per la costruzione di un progetto comune, ad assumere impegni e responsabilità adeguate all’età. Si tratta invece di far entrare i bambini e i ragazzi in una dimensione relazionale di progettazione partecipata, di liberarli progressivamente dagli schemi mentali che costringono ognuno a pensare soltanto ciò che vede vicino e come lo vede lui. Si tratta di sperimentare una modalità aperta di lavoro, dove l’allievo non viene inteso come un contenitore indifferente di nozioni che si devono trasmettere e di pratiche che si devono fare come il maestro ha detto, ma rappresenta un interlocutore vivace, capace di ideare soluzioni nuove e col quale è possibile lavorare insieme, facendo squadra, imparando a gestire la complessità del conoscere e del vivere in comune, nell’ambiente urbano, con bisogni, desideri, attitudini, idee, impegni, responsabilità personali e collettive diverse. Per gli insegnanti coordinatori, si tratta in sintesi di svolgere il difficile e delicato compito di programmare e gestire la propria assenza, per sviluppare l’autonomia di pensiero e di azione di ognuno e della comunità.

METODOLOGIA DI LAVORO: I GIOCHI DI COOPERAZIONE

Abbiamo pensato, da quest’anno, di aprire ogni seduta del Consiglio dei ragazzi con una breve sequenza ludica (uno o due attività-gioco) per facilitare lo scambio e l’interazione fra loro.
Uno dei problemi con cui abbiamo sempre avuto a che fare, infatti, è stato la non conoscenza fra i ragazzi, provenienti da sei scuole e tre frazioni diverse, con età ed esperienze diverse.
Lo spazio di intervento del CCdR è uno spazio ‘glocale’, giocato sull’interazione fra la conoscenza di chi ci è vicino e la ricerca-intervento sull’elemento prossimale, l’ambiente, con le problematiche che presenta, e uno sguardo distale sul mondo e i suoi problemi, quindi un respiro maggiormente globale.
I giochi permettono così di creare uno spazio di avvicinamento ed affiatamento reciproco, consentendo una miglior concentrazione ed operatività nel corso della seduta.
Si tratta di giochi di riscaldamento, di contatto, di fiducia reciproca, di cooperazione, di creatività, desunti dall’ampia pubblicistica oggi presente in campo pedagogico nel settore dell’educazione alla pace, allo sviluppo, alla cooperazione (cfr. S. Loos, G. Staccioli e il CEMEA, D. Novara e il gruppo Abele, M.C.E.).
Nel corso dell’anno si è avuto modo di approfondire tale metodologia sia durante gli incontri con i NATs (in cui dal brainstorming iniziale al gioco finale sul progetto si sono utilizzate diverse tecniche animative analoghe) e lo stage di formazione a Montesole con gli operatori di pace.
I consiglieri hanno poi avuto modo di riproporre nelle classi di appartenenza i giochi e le attività, coinvolgendo un numero elevato di alunni nei due istituti.